Dove lavorano i narcisisti e gli psicopatici? Queste sono le professioni che scelgono di più, secondo la psicologia

Hai mai lavorato con un capo talmente convinto di essere infallibile da far sembrare l’arroganza una virtù? O con un collega avvocato che sembrava genuinamente incapace di mettersi nei panni degli altri, come se l’empatia fosse un optional che non aveva mai installato? No, non è solo sfortuna. Quello che percepisci intorno a te in certi ambienti professionali ha una spiegazione precisa, studiata e molto più affascinante di quanto sembri. La psicologia moderna ha iniziato a tracciare una mappa di qualcosa che molti sospettavano ma pochi sapevano spiegare: esiste una relazione profonda, e spesso inconscia, tra certi tratti della personalità e la scelta di determinate carriere. Non è magia, non è destino, e non è nemmeno una coincidenza. Sono meccanismi psicologici concreti, documentati, e straordinariamente rivelatori.

Perché scegliamo davvero il lavoro che facciamo?

La risposta che daremmo tutti in un colloquio è più o meno la stessa: competenze, passione, opportunità. La psicologia, però, racconta qualcosa di molto più interessante sotto la superficie. Il modello teorico noto come corrispondenza persona-lavoro, elaborato dallo psicologo statunitense John L. Holland a partire dalla fine degli anni Cinquanta, sostiene che gli esseri umani tendono a cercare ambienti lavorativi che rispecchiano e amplificano i loro tratti di personalità. Più alto è il grado di corrispondenza tra il profilo individuale e quello dell’ambiente professionale, maggiore è la soddisfazione lavorativa nel tempo.

Tradotto in termini pratici: non scegli un lavoro solo perché sei bravo in quel campo. Lo scegli anche perché, a un livello spesso completamente al di fuori della tua consapevolezza, quel ruolo soddisfa bisogni profondi che ti porti dietro da molto prima di aver mai compilato un curriculum. Ed è qui che le cose cominciano a farsi davvero interessanti, soprattutto quando si parla dei tratti di personalità cosiddetti scomodi.

Cos’è la Dark Triad e perché dovresti saperlo

Nel 2002, i ricercatori Delroy Paulhus e Kevin Williams pubblicarono uno studio destinato a diventare un punto di riferimento nella psicologia della personalità. Il loro oggetto di studio era un costrutto che chiamarono triade oscura, ovvero la combinazione di tre tratti specifici che tendono a presentarsi insieme in alcune persone: il narcisismo, il machiavellismo e la psicopatia subclinica. I tre tratti, pur essendo concettualmente distinti, mostrano correlazioni statisticamente significative tra loro e tendono ad andare a braccetto con una certa frequenza.

Prima di andare avanti, è fondamentale chiarire un equivoco che la divulgazione superficiale alimenta ogni giorno: Dark Triad non significa disturbo clinico. Non stiamo parlando di mostri o criminali. Stiamo parlando di tratti subclinici, ovvero dimensioni di personalità presenti in misura variabile nella popolazione generale, che esistono su uno spettro continuo. Il Disturbo Narcisistico di Personalità, ad esempio, richiede la presenza di almeno cinque criteri su nove specifici, inclusa una compromissione clinicamente significativa nelle relazioni, come stabilito dal DSM-5 dell’American Psychiatric Association. Il tuo capo difficile, quasi certamente, non soddisfa quei criteri.

  • Narcisismo: un bisogno intenso di ammirazione, un senso esagerato della propria importanza e una difficoltà strutturale a riconoscere i bisogni altrui. Non è semplice vanità: è un orientamento profondo della percezione di sé e del mondo.
  • Machiavellismo: la tendenza a manipolare e strumentalizzare gli altri in modo calcolato per raggiungere i propri obiettivi, con un approccio cinico alle relazioni interpersonali.
  • Psicopatia subclinica: ridotta risposta empatica, impulsività e tendenza a non interiorizzare le norme sociali, senza però arrivare ai livelli clinici del disturbo antisociale di personalità. Queste persone possono essere perfettamente funzionali, brillanti, persino affascinanti.

I settori che attraggono personalità oscure: cosa dice la ricerca

La ricerca in psicologia organizzativa ha identificato pattern ricorrenti che collegano punteggi elevati sulla Dark Triad a specifici settori professionali. Uno studio di Jonason e collaboratori pubblicato su Personality and Individual Differences nel 2012 ha rilevato che individui con punteggi elevati mostrano una preferenza significativa per professioni come dirigente d’azienda, avvocato, professionista dei media e responsabile commerciale. I settori più ricorrenti nella letteratura scientifica sono la politica, il diritto, la finanza, la chirurgia e la medicina d’urgenza e il mondo dei media e dello spettacolo. Il filo conduttore è immediato: alta competizione, gerarchia verticale marcata, necessità di prendere decisioni rapide sotto pressione e accesso diretto al potere. Sono esattamente le condizioni che chi presenta tratti narcisistici o machiavellici trova non stressanti, ma gratificanti.

Uno studio di Nielsen e colleghi pubblicato nel 2017 riporta una correlazione positiva e significativa tra narcisismo e posizioni manageriali di rilievo. La spiegazione non è che i narcisisti siano necessariamente i leader migliori — la ricerca a lungo termine tende a mostrare il contrario — ma che si candidano con maggiore frequenza, appaiono più carismatici nelle prime impressioni e sono decisamente più aggressivi nel perseguire posizioni di potere. Il problema emerge dopo, quando bisogna mantenere relazioni collaborative e riconoscere i propri errori.

Il paradosso del chirurgo freddo come il ghiaccio

Tra tutti gli esempi che la ricerca offre, quello del chirurgo è probabilmente il più controintuitivo. Aprire una persona, operare su organi vitali, gestire l’imprevisto in sala operatoria senza cedere alla pressione emotiva richiede una capacità di distacco dagli stimoli stressanti che, in un contesto diverso, assomiglierebbe pericolosamente a tratti di psicopatia subclinica. Ma in sala operatoria, quella stessa caratteristica diventa una risorsa preziosa, addirittura necessaria. Il neuroscienziato Kevin Dutton, nel suo libro The Wisdom of Psychopaths pubblicato nel 2012, cita un sondaggio nel quale chirurghi e CEO mostrano punteggi medi di psicopatia subclinica superiori alla media della popolazione generale. Non è il lavoro che cambia la persona: è che certe persone vengono naturalmente attratte da certi lavori perché quel contesto risuona con qualcosa di profondo nella loro struttura psicologica.

Questi meccanismi sono consapevoli? Quasi mai

La domanda che sorge naturale è: ma queste persone scelgono consapevolmente certi lavori per soddisfare i propri bisogni psicologici? La risposta, nella quasi totalità dei casi, è no. Le scelte di carriera raramente sono processi puramente razionali. Entrano in campo motivazioni inconsce, bisogni emotivi formatisi spesso nell’infanzia e strutture di personalità consolidate nel tempo che orientano le preferenze senza che ce ne accorgiamo. Chi ha sviluppato un bisogno intenso di controllo può sentirsi genuinamente a proprio agio in ruoli con potere decisionale non perché lo abbia pianificato, ma perché quell’ambiente gli sembra semplicemente giusto. Non è calcolo: è risonanza psicologica.

Capire tutto questo cambia il modo in cui leggi le dinamiche del tuo ambiente di lavoro. Quel capo che non riesce mai ad ammettere un errore non lo fa perché ce l’ha con te: lo fa perché la sua struttura psicologica rende quella cosa autenticamente difficile. E riflettere onestamente sui propri tratti — compresi quelli meno lusinghieri — è uno degli esercizi più potenti che la psicologia mette a disposizione. Nessun tratto di personalità è intrinsecamente negativo: il narcisismo che crea problemi nelle relazioni può essere la stessa caratteristica che spinge un fondatore di startup a credere nel proprio progetto quando chiunque altro avrebbe già mollato. Il contesto non è un dettaglio: è tutto. E la prossima volta che ti chiedi perché quel collega sembra nato apposta per un ruolo che a te fa venire l’orticaria, forse la risposta più onesta è: sì, in un certo senso, lo era davvero.

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