Quali sono i disturbi psicologici che si nascondono dietro la dipendenza dallo shopping?

Hai mai aperto un’app di shopping alle undici di sera senza avere assolutamente nulla da comprare? Quella scarica quasi elettrica mentre aggiungi roba al carrello, seguita da un senso di vuoto totale appena il corriere suona il campanello — la conosci bene. Se la risposta è sì, benvenuto in un club che nessuno ha scelto consapevolmente. E soprattutto: non è colpa tua nel modo in cui probabilmente pensi. Perché la dipendenza dallo shopping — quella vera, quella che ti fa nascondere i pacchi prima che li veda il tuo partner — non ha niente a che fare con la forza di volontà. Ha tutto a che fare con il tuo cervello, con le tue emozioni e con meccanismi psicologici documentati che usano il consumo come valvola di sfogo per qualcosa di molto più profondo.

Esiste davvero una “dipendenza dallo shopping”?

Sì, e ha anche un nome tecnico: oniomania. Il termine fu introdotto alla fine dell’Ottocento dallo psichiatra tedesco Emil Kraepelin, che la descrisse come una forma di impulsività patologica, e fu successivamente approfondito da Eugen Bleuler, che la associò a dinamiche di tipo maniacale. Non è un’etichetta inventata per giustificare chi spende troppo su Amazon.

L’oniomania non è ancora classificata come disturbo autonomo nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ma viene studiata nell’ambito delle dipendenze comportamentali e dei disturbi del controllo degli impulsi. Quanto è diffusa? Uno studio epidemiologico condotto su oltre 2.500 soggetti negli Stati Uniti ha stimato una prevalenza del 5,8% nella popolazione generale, con una netta maggioranza nelle donne — circa il 9,5% contro l’1,5% degli uomini — anche se gli stessi ricercatori hanno precisato che la differenza potrebbe essere parzialmente spiegata da fattori culturali: gli uomini tendono a dichiarare meno il problema, non ad averlo meno.

Il tuo cervello sul carrello: dopamina, anticipazione e il loop che non finisce mai

Per capire perché certi acquisti diventano compulsivi bisogna capire come funziona il sistema di ricompensa del cervello. Quando acquisti qualcosa di nuovo o percepito come un affare irripetibile, il tuo cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore associato al piacere, alla motivazione e alla ricerca. Ma c’è un dettaglio che cambia tutto: la dopamina non schizza su quando ottieni la ricompensa. Schizza su quando la anticipi.

È il brivido dello scorrere tra i prodotti. È il momento in cui metti qualcosa nel carrello e non hai ancora cliccato “acquista”. Appena clicchi, appena il pacco arriva, quella scarica si esaurisce in fretta. E il ciclo vuole ricominciare. Studi di neuroimaging condotti con fMRI hanno mostrato che durante l’anticipazione di un acquisto si attiva il nucleus accumbens — struttura centrale nel sistema di ricompensa dopaminergico — con pattern simili a quelli osservati nel gioco d’azzardo compulsivo. Non è una metafora: è letteralmente la stessa architettura cerebrale. Questo meccanismo affonda le sue radici teoriche nel rinforzo positivo elaborato da B.F. Skinner: quando una ricompensa è imprevedibile, il comportamento diventa ancora più difficile da abbandonare. Esattamente come le slot machine. Esattamente come certi siti di shopping con le offerte lampo.

I disturbi psicologici più spesso collegati allo shopping compulsivo

Quello che segue non è un manuale di autodiagnosi fai-da-te: è una mappa per orientarsi. La diagnosi clinica spetta sempre a un professionista della salute mentale. Detto questo, la ricerca ha identificato pattern psicologici che compaiono frequentemente in chi sviluppa un comportamento d’acquisto compulsivo.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzata è tra i più comuni. Chi ne soffre conosce bene quella sensazione: la mente che gira, che anticipa scenari negativi, che non riesce a staccare. Lo shopping, in questo contesto, funziona come un coping mechanism — una strategia di adattamento, per quanto disfunzionale. L’atto di acquistare concentra l’attenzione su qualcosa di concreto e immediatamente soddisfacente, mettendo in pausa il loop ansioso. Il problema è che l’ansia non scompare: si mette in pausa, e spesso torna amplificata dal senso di colpa. Uno studio di Black e colleghi pubblicato sul Journal of Nervous and Mental Disease nel 1997 ha rilevato che in un campione di 163 pazienti con comportamento d’acquisto compulsivo, oltre il 31% soddisfaceva i criteri per un disturbo d’ansia.

Ancora più paradossale è il legame con la depressione. La depressione riduce la capacità di provare piacere — si chiama anedonia — eppure molte persone depresse sviluppano comportamenti d’acquisto compulsivi. Il cervello depresso non ha smesso di volere la dopamina: ha smesso di trovarla nelle cose che prima funzionavano. Lo shopping offre una scintilla breve, intensa, accessibile a qualsiasi ora. Uno studio di McElroy e colleghi pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry nel 1995 ha riscontrato che il 92% dei pazienti con comportamento d’acquisto compulsivo presentava in comorbidità un disturbo depressivo maggiore.

C’è poi la bassa autostima, forse il meccanismo più subdolo perché è quello più intrecciato con la cultura contemporanea. Comprare qualcosa di bello o di “giusto per il momento” offre una temporanea sensazione di valore personale. “Sono la persona che ha quella borsa. Sono qualcuno.” Il senso di valore legato agli oggetti si deteriora non appena la novità svanisce, e il ciclo riparte. Uno studio di Han e colleghi pubblicato nel 2014 sul Journal of Korean Neuropsychiatric Association ha rilevato che i soggetti con comportamento d’acquisto compulsivo mostravano punteggi significativamente più bassi nella Rosenberg Self-Esteem Scale rispetto ai gruppi di controllo.

Infine, la disregolazione emotiva — la difficoltà a gestire e tollerare le proprie emozioni senza essere travolti — è una delle caratteristiche centrali del Disturbo Borderline di Personalità, nel cui DSM-5 compare esplicitamente la spesa eccessiva tra i criteri diagnostici. Ma il fenomeno è molto più diffuso: molte persone che non soddisfano nessun criterio clinico faticano ugualmente a tollerare il disagio emotivo e cercano uscite rapide. Lo shopping, disponibile 24 ore su 24 con un’app sul telefono, è diventato una delle valvole di sfogo più accessibili della nostra epoca.

I segnali a cui prestare attenzione

  • Acquisti ripetuti seguiti da senso di colpa, vergogna o rimpianto immediato
  • Difficoltà concreta a fermarsi anche quando si riconosce il danno economico
  • Utilizzo dello shopping come risposta automatica a emozioni negative: stress, tristezza, ansia, noia
  • Nascondere gli acquisti a partner, familiari o amici
  • Accumulo di oggetti mai utilizzati con incapacità di smettere di acquistarne altri

Riconoscersi in più di uno di questi punti non significa automaticamente avere un disturbo clinico. Significa che vale la pena esplorare con uno psicologo o uno psicoterapeuta cosa sta succedendo sotto la superficie — non per ricevere un’etichetta, ma per capire cosa si sta cercando davvero ogni volta che si apre quel carrello.

Cosa funziona davvero

La buona notizia — e non è una di quelle buone notizie di facciata — è che i meccanismi psicologici alla base del comportamento d’acquisto compulsivo sono studiati, compresi e trattabili. La terapia cognitivo-comportamentale è l’approccio con la base di evidenze più solida: una meta-analisi pubblicata nel 2023 su Clinical Psychology Review ha rilevato un effetto moderato-grande della CBT sul comportamento d’acquisto compulsivo, con riduzioni significative dei sintomi anche al follow-up. La CBT lavora su più livelli: aiuta a identificare i trigger emotivi che precedono l’impulso d’acquisto, a sviluppare strategie alternative di regolazione emotiva e a ristrutturare i pensieri disfunzionali legati all’identità e al valore personale.

Ma anche prima di arrivare a un percorso terapeutico formale, la consapevolezza fa già una differenza reale. Fermarsi un momento prima di cliccare e chiedersi genuinamente “Cosa sto sentendo adesso? Cosa sto cercando davvero?” è un esercizio piccolo ma potente. Apre una crepa nell’automatismo. E quella crepa è già un punto di partenza — probabilmente più prezioso di qualsiasi acquisto.

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